IL RAGAZZO DEL CLAN STRISCIUGLIO ALLA FIDANZATA: IO DEVO MORIRE SPARATO, IN MEZZO AI PROIETTILI

Notizie dalla Puglia -

di Myriam Di Gemma

L'agguato alla "ciurma biancorossa" di Enziteto, avrebbe nomi e cognomi. Secondo la Direzione Distrettuale Antimafia di Bari, i responsabili dell'omicidio di Gianluca Corallo, (esponente di spicco del clan Strisciuglio nel quartiere Catino - Enziteto di Bari) sarebbero il trentunenne Saverio Faccilongo, e Vito Antonio Catacchio, 33 anni, entrambi raggiunti in carcere, da ordinanze di custodia cautelare eseguite dai Carabinieri del Comando Provinciale di Bari a Taranto e a Larino, in provincia di Campobasso.
A renderlo noto, in una conferenza stampa alla Procura della Repubblica di Bari, il Procuratore Capo Giuseppe Volpe, annunciando anche la condanna in primo grado dal Tribunale di Bari di 42 presunti affiliati al clan Strisciuglio.
Per la DDA, grazie al meticoloso lavoro dei Carabinieri del Comando Provinciale di Bari, coordinati dal comandante Vincenzo Molinese, Faccilongo sarebbe stato il mandante e Catacchio l'esecutore materiale. I due pregiudicati sono ritenuti responsabili a vario titolo di: concorso in omicidio, porto e detenzione di arma da fuoco in luogo pubblico, nonché esplosione di colpi arma da fuoco in luogo pubblico, con l'aggravante del metodo mafioso.
L'omicidio di Corallo avvenne il 7 febbraio 2016: era una domenica sera, tra tanta gente, a volto scoperto, sotto i portici del quartiere periferico di Bari. E l'aver fatto "fuori" Corallo con tali dinamiche, esplica precisamente una determinata volontà: volevano che tutti vedessero.
"E' stato un collaboratore di giustizia - spiega il pubblico ministero della DDA, Giuseppe Gatti - a chiarire la modalità dell'agguato alla 'ciurma biancorossa' di Corallo. Ci ha raccontato che furono esplosi colpi di kalashnikov anche sui muri. E gli investigatori hanno avuto conferma, togliendo lo stucco dal muro. E' emerso - continua Gatti - uno spaccato di società allarmante e triste in cui l'omertà la fa da padrone".
"Chi comanda Enziteto, - precisa Gatti - controlla e gestisce il traffico di droga sul territorio. Ecco dunque la guerra tra i clan rivali: l'obiettivo era di comandare il traffico di droga, principale risorsa finanziaria."
Significativo anche il comportamento della vedova di Corallo: "anziché - dice Gatti - trovare come suo principale interlocutore lo Stato, si rivolge al Quartier Generale, composto dai clan Capriati (assieme ai Di Cosola) e Strisciuglio. Le regole sono: chi perde la guerra, abbandona il territorio. Tra i cosiddetti 'esodati di Enziteto', anche la vedova Corallo: va via, dopo che le viene incendiata l'auto".
Gatti legge alcune intercettazioni: le persone intercettate non accettano che i Carabinieri li stessero controllando. E dicono: "Ma come! Siamo noi che assicuriamo la pace ad Enziteto, siamo noi i primi a saper chi è stato a fare furti, rapine e a regolare tutto, e poi i Carabinieri ci controllano pure!"
"E' un paradosso - interviene la pm, Lia Giorgio - ma essi ritengono di essere un'alternativa allo Stato".
In un'altra intercettazione, si evidenzia un'atroce verità: gli appartenenti si rendono conto di vivere con la morte addosso. Un ragazzo del gruppo, confida alla sua fidanzata: "Se aspetti che io vada a lavorare, scordatelo. La vita mia è questa, lo sai, io sono malandrino nel sangue. A nessuno piace morire, ma io devo morire sparato, in mezzo ai proiettili".
La pm, Patrizia Rautiis, commenta: "Sembra di leggere la sceneggiatura del film Gomorra, o di un'altra fiction. Eppure è tutto vero: sono parole di persone che sanno di avere il destino già segnato. Sembra che non ci sia alternativa, ma l'alternativa c'è: la scelta di diventare collaboratori di giustizia".
I titolari delle indagini su Enziteto - Catino sono i pubblici ministeri Giuseppe Gatti, Renato Nitti e Roberto Rossi.
"L'attività investigativa - conclude Gatti - è stata sinergica: I Carabinieri si sono occupati del clan Strisciuglio, mentre la Polizia di Stato ha gestito la componente ex Dicosoliana".
La pm Lia Giorgio ha spiegato il lavoro svolto a Palo del Colle, provincia di Bari. "Poiché si era creato un vuoto - spiega Giorgio - riguardo la supremazia del territorio, era molto forte la volontà di comandare. In che modo? Per esempio, costringere allo spaccio pregiudicati con un kalashnikov puntato addosso oppure prelevando cittadini, e trascinarli in abitazioni in cui si consumavano erano percosse con minacce di morte. Un altro episodio: un imprenditore viene minacciato di morte e gli chiedono una somma di 5mila euro. Ma l'uomo non si arrende e sporge denuncia. Dopo la denuncia, è vittima nuovamente di un atto intimidatorio, e l'imprenditore decide di ritirare la denuncia. Si è sventato inoltre, un attentato ad un carabiniere, ritenuto particolarmente sgradito per la sua attività operativa. Un pregiudicato ai domiciliari - continua la pm Giorgio - riceve una visita con kalashinikov alla mano e gli viene detto: 'O continui a spacciare pure dai domiciliari, altrimenti c'è pronto il servizio per te e la tua famiglia'. Ora quest'uomo è diventato un collaboratore di giustizia".
Giorgio, titolare delle indagini su Palo del Colle, ringrazia anche la Guardia di Finanza che ha collaborato sinergicamente con i Carabinieri.
La pm Patrizia Rautiis, titolare delle indagini nel procedimento 'Agorà', si complimenta con i Carabinieri che dedicano "letteralmente giornate intere alle indagini. Sono capaci - rimarca - di fare eccellenti indagini tradizionali coiniugandole a quelle tecnologiche". Anche il procuratore capo Volpe conferma "l'importanza della qualità e della quantità dei Carabinieri. Abbiamo raggiunto buoni risultati - dice Volpe - ciò che contano sono le condanne. E per questo, ringrazio il comandante Molinese".
"E' una tappa importante - spiega Rautiis - la fine del processo in primo grado scaturito dall'operazione 'Agorà'. Un lavoro fatto bene: tutti i condannati hanno scelto il rito abbreviato".
"E' un clan particolare questo Strisciuglio - precisa Rautiis - perché è molto esteso. E' il clan più militarizzato, più agguerrito. Ed è il più pericoloso socialmente: basti pensare alla vicenda di Enziteto, da cui si evince che puoi essere eliminato anche dai propri sodali. Nel processo 'Agorà' è emerso un episodio: Michele Tesauro, detto il professore, viene rapinato del suo Rolex. Si attivano immediatamente indagini private, e la persona del clan ritenuta responsabile, viene gambizzata".
Un altro episodio: "non appena i collaboratori di giustizia fanno ritrovare ai Carabinieri le armi, ecco che - aggiunge Rautiis - tutte le famiglie (che occupavano fino ad allora i palazzi Iacp) vengono cacciate. Vige la logica della mafia. L'associazione mafiosa provvede alla sicurezza, al benessere delle persone dando case e lavoro, in cambio di omertà e connivenza".
"Abbiamo inoltre prove sufficienti - dice la Rautiis - che Gino Strisciuglio continui ad operare, pur essendo in carcere in regime di alta sicurezza. Secondo le prove, Gino e la moglie sono parti attive sul territorio. Al termine del processo in primo grado, sono soddisfatta del risultato e ciò che mi preme dire è non mollare mai su niente".
Anche il comandante dei Carabinieri di Bari e provincia, Molinese, ha raccontato l'obiettiva difficoltà nell'operare sul territorio, in particolare su Palo del Colle: " Sentivamo il fiato e gli occhi addosso di coloro che ci osservavano dietro le serrande abbassate. E' un risultato importante a partire dal 2015: abbiamo individuato una serie vincente di 'manovre d'attacco' fino a conseguire la completa 'resa inefficacia' del clan. Ringrazio l'autorità giudiziaria assieme al Nucleo Investigativo CC di Molfetta e Palo del Colle".
Presente in conferenza, tornato a Bari da poco, il pm Giannella: " I colleghi della DDA hanno un pregio: grande dedizione al lavoro e amore per ogni dettaglio. Raccolgo un'ottima eredità dei pm che stanno onorando la magistratura".
Il Procuratore Volpe conclude che ci sarà sempre tolleranza zero, e che i processi e le indagini sono e restano al primo posto. E conclude: "E' l'armonia tra colleghi e la sinergia tra le forze in azione, che consente di raggiungere i buoni risultati".

Nota: L'operazione "Agorà" si svolse l'8 luglio 2015, quando i Carabinieri del Comando Provinciale di Bari eseguirono 43 arresti nei confronti di persone indagate a vario titolo per associazione di tipo mafioso, associazione fiinalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, tentato omicidio, rapina, estorsione pluriaggravata, porto abusivo di armi e munizionI.

 

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